/ Economia e lavoro

Che tempo fa

Cerca nel web

Economia e lavoro | 04 aprile 2021, 07:10

Covid e restrizioni, la protesta dei negozi di dischi: "La musica è cultura, fateci riaprire"

Scritta una lettera aperta al Presidente Cirio per denunciare la disparità di trattamento per la categoria. “Perché i dischi non vengono considerati prodotti culturali come i libri?”

Credits foto: Beps Tarditi

Covid e restrizioni, la protesta dei negozi di dischi: "La musica è cultura"

Poco più di un anno fa, nel pieno della prima ondata, gli italiani – ancora pieni di speranza in un lieto fine che potesse giungere in tempi che ci si augurava potessero essere rapidi – si scoprirono musicisti e cantanti, in flash mob improvvisati sui balconi.

La musica, in qualche modo, accompagnò i difficili momenti che stavamo vivendo, preludio a dodici mesi di sacrifici e rinunce. Dopo un anno, all’emergenza sanitaria si è aggiunta quella socioeconomica, con moltissime categorie allo stremo delle forze, amareggiate ancor più da quelle che vengono denunciate come “incredibili disparità di trattamento”.

In risposta alle ultime restrizioni e chiusure imposte dal DL del Governo, il primo dopo una lunga serie di DPCM del precedente esecutivo, a suonare la carica sono i negozi di dischi, che – a differenza dei libri – continuano a non essere considerati prodotti culturali.

Una “lettera aperta” indirizzata al presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, è stata scritta su Facebook dal commerciante Maurizio Marino, giornalista nel settore della musica e cultore del vinile, titolare del Cuordivinile Record Shop di via Cuneo a Bra, che insieme ai colleghi di tutta Italia ha successivamente diffuso un comunicato stampa attraverso il quale si chiede conto della ratio di alcune scelte.

“Mentre i negozi di dischi in zona rossa sono insensatamente chiusi (piccoli negozi dove peraltro non ci sono mai stati assembramenti e si sono sempre rispettate tutte le regole di utilizzo delle mascherine, di distanziamento e di igienizzazione), le librerie e le edicole rimangono invece aperte, e addirittura importanti catene commerciali in ambito elettronico/tecnologico, ma anche librario, vendono liberamente dischi e cd, quando secondo il decreto sarebbero tenute a delimitare quei prodotti con il nastro e a impedirne la vendita. La domanda dunque è: ‘Forse lì ci si contagia di meno?’ Si tratta insomma di un decreto fatto apposta per far chiudere definitivamente i negozi di dischi che, pur con grandi difficoltà, erano tornati ad aprire negli ultimi 10 anni?”.

Grande è la delusione, insomma, per l’intero comparto, che pur non essendo organizzato formalmente come associazione di categoria e pur non avendo un sindacato di riferimento, in questi mesi ha portato avanti varie azioni di sensibilizzazione sul tema, senza ottenere tuttavia soddisfazione.

“Ricordiamo che nelle zone rosse (di cui il Piemonte ha fatto parte e fa parte attualmente, con prospettive tutt'altro che incoraggianti anche per le prossime settimane), tra il 2020 e il 2021, i negozi di dischi sono stati sottoposti a una chiusura forzata di ben 200 giorni, oltretutto mitigata da bonus e ristori a dir poco irrisori o addirittura inesistenti, che non hanno consentito di coprire neppure una piccola parte delle numerose spese vive (affitti, utenze, spese condominiali, tasse sui rifiuti, tasse sulla pubblicità) che ogni attività commerciale ha costantemente a carico, indipendentemente dal fatto se sia aperta o chiusa".

"Va anche segnalato come praticamente nessun negozio di dischi possa beneficiare del recente ‘decreto sostegni’, visto che raggiungere perdite di fatturato di almeno il 30% avrebbe significato non lavorare del tutto, mentre noi negozianti, nei mesi di apertura e grazie alle vendite on-line, abbiamo cercato di "tirare al massimo", di limitare le perdite e di aumentare i fatturati giusto per cercare di pareggiare i conti. E ora, con le nuove restrizioni, il Governo ci impone di chiudere senza offrirci neppure un centesimo di ristoro per questa completa mancanza di attività”.

Ecco dunque l’appello, rivolto al Ministro della Cultura Franceschini e ai presidenti delle Regioni, con tre richieste essenziali. “Non richiediamo bonus a fondo perduto, ma la possibilità di lavorare ed essere regolarmente aperti al pubblico così come i nostri concorrenti, ovviamente nel rispetto di tutte le norme di sicurezza”. In seconda battuta, “richiediamo la possibilità di offrire il servizio di ‘asporto’ per i clienti. Non riusciamo davvero a capire dove risiederebbe il pericolo nel far entrare un cliente per il tempo del ritiro di un disco, quando invece bar e altre attività, che sono libere di offrire ai loro clienti caffè e bevande da asporto, sono costantemente affollati, nelle immediate vicinanze, di persone che si intrattengono per molto tempo a bere e a fumare ovviamente senza mascherina, senza distanziamento e nel più completo spregio delle norme in vigore”.

Infine, “i libri beneficiano della tassazione IVA agevolata al 4%, i dischi continuano a essere sottoposti a una gravosa tassazione IVA al 22%. Chiediamo che anche i dischi vengano elevati, come in molti Paesi esteri, al rango di prodotti culturali, e tassati al 4%. Questo consentirebbe una ripresa per tutto il settore, particolarmente ‘dimenticato’ dalle autorità e dall'opinione pubblica”.

Sono 8, in Piemonte, su una cinquantina totali, i negozi di dischi (“fisici e indipendenti”, come loro stessi si definiscono in una nota diffusa alla stampa) che hanno aderito alla protesta: nella Granda sono Cuordivinile Record Shop, a Bra, di Maurizio Marino e Muzak, a Cuneo, di Enrico Bruna, affiancati da Arpa di Alberto Fiabane e Dischi e Dintorni di Andrea Benedetti, entrambi a Torino, da Rocker Record Store di Manuel Lardaruccio a Pinerolo e dai novaresi Mondo Musica di Rosilde Catania, Penny Lane di Marco Boschi e Tune Dischi di Silvia Bassetti.

P.Ram.

Google News Ricevi le nostre ultime notizie da Google News SEGUICI

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium