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Economia e lavoro | 23 giugno 2021, 12:26

Effetto Covid in Piemonte: giù Pil, redditi e consumi. Ma il problema sono i giovani: uno su cinque si è arreso

Lo rivela la ricerca della direzione torinese della Banca d'Italia. Blocco dei licenziamenti e ammortizzatori sociali "salvano" i lavoratori dipendenti, ma hanno colpito autonomi e precari. Più indebitate le imprese, ma vogliono rilanciare gli investimenti

Giovani seduti a un tavolo, di spalle

La Banca d'Italia mostra evidenti segni di crisi, per il Piemonte. Ma anche elementi di ottimismo per la ripresa

Un anno che rimarrà nella storia, entrando dalla porta sbagliata, soprattutto per quanto riguarda l'effetto sulle nuove generazioni che sembrano essersi arrese alle difficoltà: un giovane su cinque, attualmente, non studia e non cerca lavoro in Piemonte. Sono i cosiddetti Neet. Ma il 2020 lascia dietro di sé, in Piemonte, anche alcune prospettive di ripartenza. 

I numeri della ricerca: giù Pil, ma anche redditi e consumi

Lo dicono i nuovi numeri della rilevazione della sede di Torino della Banca d'Italia, che quantificano in un -9% il calo del Pil nel corso degli scorsi 12 mesi, facendo un po' peggio della media nazionale (-8,9%). Una caduta che non è stata uguale per tutti i comparti: "Gli effetti su famiglie e lavoratori sono state molto differenziate - dice Roberto Cullino, responsabile ufficio studi della direzione torinese di Bankitalia, coadiuvato da Luciana Aimone e Cristina Fabrizi - anche a seguito delle diverse misure messe in campo per sostenere il reddito o bloccando i licenziamenti".

Ma la situazione sembra in miglioramento: già la scorsa estate aveva mostrato tendenze di ripresa, ma anche nel primo trimestre l'indicatore Regio-Coin Piemonte è tornato a crescere. Inoltre tra gennaio e aprile sono state create 4000 nuove posizioni di lavoro (contro il -14mila dei primi quattro mesi del 2020) e per il 2021 le imprese industriali prevedono un recupero significativo - in media - dei fatturati, anche se ancora parziale rispetto alla caduta del 2020. Cresceranno gli investimenti, che toccheranno anche il mondo delle costruzioni, mentre le famiglie potrebbero scoprirsi ancora prudenti nei consumi.

 

A livello industriale, sono stati il tessile e il metalmeccanico i comparti più colpiti. Nei servizi, poi, tutto ciò che era collegato al turismo, ai servizi alla persona e al commercio non alimentare hanno sofferto moltissimo. È così calata anche la redditività per le imprese, che hanno avuto più bisogno di liquidità. Oltre il 60% delle aziende infatti ha utilizzato moratorie o garanzie pubbliche e sono cresciuti i finanziamenti per tutte le classi dimensionali e i settori. Proprio le moratorie sono state il 12,8% dei prestiti in essere a fine 2020, mentre i prestiti con garanzie Covid-19 sono state il 28,3% dei nuovi finanziamenti tra aprile e dicembre, arrivando a essere il 27,6% del totale dei prestiti in essere a fine 2020.Tutto questo ha ovviamente aumentato l'indebitamento delle imprese, tendenza che era in calo negli ultimi anni, anche se si stima che dovrebbe rimanere al di sotto del picco del 2012.L'effetto della crisi ha poi colpito anche la nascita delle nuove imprese (ma anche l'uscita di chi già era presente). Il tasso netto di natalità è stato di -0,3% (contro il +0,4% in tutta Italia). Un dato che consolida una tendenza che si manifesta ormai dal 2012, sia per un tasso di "mortalità" più elevata rispetto al resto del Paese. Un motivo potrebbe essere quello del gap di competitività e crescita del Piemonte in generale. I fallimenti sono diminuiti di un terzo rispetto al 2019.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le ore lavorate sono scese dell'11,6% anche se il calo occupazionale è stato del 2,8%. Merito delle misure di sostegno, gli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti. Tanto che buona parte delle perdite riguardano le categorie più "fragili", come lavoratori a termine o autonomi. Sono 52mila i posti persi nel 2020 (-2,8%), il 59% dei quali riguarda le donne.
Ma c'è stato un effetto di scoraggiamento, nel frattempo: l'offerta di lavoro è calata del 3% e il tasso di attività è sceso dal 71,6 al 69,9%. Soprattutto le donne hanno perso speranza, anche se il tasso di disoccupazione è rimasto quasi invariato (7,5%): questo, però, perché tante persone sono passate dallo stato di occupato o disoccupato a quello di inattività. Particolarmente grave il fenomeno a livello giovanile: qui, la crescita dei cosiddetti Neet - che non studiano e non cercano lavoro - è cresciuto del 2,8% arrivando quasi al 20%. Ovvero uno su cinque.

Sul fronte del lavoro agile, quello che era un ricorso molto limitato fino al 2019 ha visto una vera esplosione (15,6%), di cui il 14% nel settore privato. È capitato soprattutto nel settore pubblico e nelle aziende più grandi.

La caduta del reddito è stata di circa il 3,3% (anche qui, mitigato dai sostegni pubblici rispetto agli effetti del calo del Pil), con un aumento della diseguaglianza tra i diversi redditi da lavoro. 
Tanti i soggetti che si sono ritrovati a vivere in famiglie senza più redditi, soprattutto stranieri e persone con basso titolo di studio. E questo ha portato i consumi a scendere del 12,1%. Questo appunto per il calo del reddito, per il contenimento della possibilità di muoversi, ma anche per un aumento della propensione al risparmio.

A livello di emergenza sanitaria, nel corso del 2020 sono stati assunti 4800 addetti (11,1 ogni 10mila abitanti), anche se a termine o con forme flessibili. Ma molte delle prestazioni non urgenti sono state rinviate, quindi allungando le liste d'attesa e aumentando il potenziale di domanda per gli anni futuri.
In generale, tuttavia, gli enti locali hanno visto aumentare gli investimenti pubblici. In particolare, oltre il 70% sono forme di investimento arrivate da quei Comuni che hanno beneficiato dello "sblocco" sui propri bilanci. Soprattutto investimenti per la messa in sicurezza di scuole, strade, ponti e lotta al rischio idrogeologico. 
Ma anche per la digitalizzazione: una situazione che vede l'Italia al 25esimo posto sui 28 Ue, anche se il Piemonte si colloca al di sopra della media nazionale, soprattutto per competenze della popolazione e l'uso da parte delle imprese. Benino anche l'infrastrutturazione, anche se la media europea ci vede ancora in affanno.
Se da un lato la pandemia ha accelerato domanda e offerta di servizi finanziari digitalizzati, questo colloca il Piemonte al di sopra della media nazionale, ma ancora al di sotto della media Ue.

"Piemonte pronto a ripartire: ecco perché"

"La crisi pandemica, nel 2020, si è abbattuta su una situazione generale già non positiva, ma finalmente si intravedono alcuni elementi di ripresa - dice Lanfranco Suardo, direttore della Sede di Torino della Banca d’Italia -. A cominciare dal contenimento della pandemia per una ripresa ordinata dell'attività economica. Poi ci sono segnali di ripresa a livello mondiale, con il Piemonte che è fortemente integrato nel sistema globale con le sue esportazioni. Inoltre molte imprese intendono effettuare, intensificandoli, gli investimenti ritardati lo scorso anno. Infine le risorse del PNRR, con fondi che riguarderanno anche il Piemonte". "Tutti gli agenti della società e dell'economia si sono impegnati per preservare la struttura produttiva della regione e la coesione della società: è un buon viatico verso il futuro che ci attende". 

"Anno terribile, ora guardiamo alla ripresa. Attenzione alle materie prime"

"Si è chiuso un anno terribile, ma è importante guardare alle prospettive del futuro - aggiunge Dario Gallina, presidente della Camera di commercio di Torino -. Gli effetti sono stati molto forti, soprattutto su produzione industriale ed export, ma anche tutte le aziende che operano a contatto con la gente, turismo e non solo. Ora dobbiamo concentrarci sulla ripresa: sarà determinante vedere come sapremo coglierla". "Gli aspetti importanti sono due - prosegue -: da un lato le risorse messe a disposizione dall'Europa per il nostro territorio, ma servono le riforme necessarie per applicare ciò che è previsto dal piano, arrivando anche a livello di tessuto locale con gli effetti positivi. Il rischio, però, è una ripresa a due velocità: c'è una catena di fornitura di materie prime che si è inceppata e questo potrebbe rallentarci rispetto ad altri mercati che potrebbero cogliere meglio questo slancio".

"Un'economia ancora vitale, sotto la cenere della pandemia"

"Fino al 2019 abbiamo seguito un filo di narrazione con un Piemonte che cresceva, ma senza tornare a livello del 2008 - conclude Vladimiro Rambaldi, presidente del Comitato Torino Finanza - poi è arrivata la pandemia e la crescita ne ha sofferto. Ora la performance del Pil piemontese sembra segua un andamento migliore del resto del Paese: l'economia della regione, sotto le ceneri del lockdown, è ancora vitale. E i tanti risparmi accantonati in tempi di timori per il futuro potrebbero essere un elemento importante per rilanciare l'intero ciclo economico". 

"Proprio il Pnrr, appena approvato dall'Unione Europea, avrà un impatto per l'1,5% del Pil e si spera che non siano solo annunci - dice Giorgio Marsiaj, presidente Unione industriali di Torino -. E' stato un anno terribile, ma ci sono speranza per uscirne fuori. Noi imprenditori dobbiamo imparare quello che ci ha insegnato il 2020: una società fragile, ma anche la consapevolezza della necessità di tutelare il sistema sanitario, senza più tagli orizzontali. Si deve investire bene, in questo senso, sulla Salute". 

"Durante la pandemia, in tre mesi, è stato fatto quanto si faceva in tre anni, ma abbiamo cercato di stare vicini al territorio - conclude Camillo Venesio, vicepresidente ABI e ad di Banca del Piemonte -. Resta centrale il tema dell'attrattività, soprattutto per Torino, per poter diventare sede di futuri investimenti. Ci sono però motivi per essere ottimisti, anche se l'eccesso di regole potrebbe limitare le capacità di crescita. Le banche si prendono la responsabilità di accompagnare le aziende, ma i vincoli si fanno sempre più stringenti a livello europeo".

Massimiliano Sciullo

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