Economia e lavoro - 06 agosto 2026, 13:15

Le DOP piemontesi nella sfida dei “nomi comuni”

Il dibattito sui nomi comuni DOP torna al centro del confronto internazionale

Negli Stati Uniti cresce la pressione per consentire l’utilizzo di denominazioni come Gorgonzola anche per prodotti realizzati al di fuori dei territori di origine. Una questione che coinvolge direttamente le eccellenze piemontesi e il ruolo delle cooperative nella tutela della qualità, delle filiere e delle comunità locali.

Nomi comuni DOP: una disputa che riguarda territori e produttori

Può un nome diventare così conosciuto da perdere il proprio legame con il territorio in cui è nato? È questa la domanda al centro del confronto sui cosiddetti nomi comuni DOP.

Alcune organizzazioni dell’agroalimentare statunitense sostengono che termini utilizzati da decenni sul mercato americano siano ormai diventati generici e possano quindi indicare una tipologia di prodotto, indipendentemente dal luogo di produzione. Il tema è tornato d’attualità nel dibattito sul Farm Bill statunitense, che prevede strumenti a sostegno dell’utilizzo di nomi comuni legati ad alcune denominazioni.

Per l’Unione europea, invece, una Denominazione di Origine Protetta non identifica semplicemente una categoria merceologica. Indica un prodotto legato a un’area geografica precisa, nella quale si svolgono le diverse fasi della produzione secondo un disciplinare condiviso.

Il nome racchiude quindi materie prime, ambiente, tecniche produttive, controlli e competenze sviluppate nel tempo. Trasformarlo in una definizione generica significherebbe indebolire il legame tra il prodotto, la sua origine e la comunità che lo realizza.

Nomi comuni DOP: quali rischi per i prodotti piemontesi

Il confronto interessa direttamente anche il Piemonte. Tra le denominazioni rivendicate come generiche da una parte dell’industria casearia americana compare infatti il Gorgonzola DOP, la cui area di produzione comprende diverse province piemontesi.

Tuttavia, tale dibattito richiama l'esigenza di salvaguardare una ricchezza ben più vasta. Il Piemonte custodisce infatti numerose produzioni certificate, tra cui Bra DOP, Castelmagno DOP, Raschera DOP e Toma Piemontese DOP.

A queste si aggiungono  altre denominazioni come il Riso di Baraggia Biellese e Vercellese DOP, oltre a quelle condivise con altre regioni.

Sono prodotti diversi, ma accomunati dallo stesso principio: il nome non descrive soltanto ciò che si trova nella confezione, ma racconta da dove proviene e secondo quali regole è stato realizzato.

Utilizzare questi nomi per prodotti privi di un rapporto con i rispettivi territori rischierebbe di creare confusione tra i consumatori e di svalutare il lavoro delle filiere locali.

Il valore della cooperazione nella tutela delle DOP piemontesi

In questo sistema, l’impresa cooperativa svolge un ruolo determinante, aggregando produttori spesso piccoli e distribuiti in aree rurali o montane.

«Una DOP è il risultato di regole condivise, competenze e responsabilità verso un territorio. Le cooperative rendono concreto questo legame, perché mettono insieme i produttori, organizzano la filiera, investono nella qualità e permettono al valore generato di restare nelle comunità. Difendere questi nomi significa difendere la trasparenza per i consumatori e il futuro delle imprese che quei nomi li costruiscono ogni giorno», sottolinea Fabrizio Risso, presidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte.

Per il Piemonte, difendere le denominazioni significa quindi proteggere un patrimonio agroalimentare, ma anche riconoscere il lavoro delle imprese e delle cooperative che continuano a produrre, innovare e investire nel territorio.

La tutela delle DOP non rappresenta quindi solo la difesa di un marchio, bensì la salvaguardia di un modello produttivo territoriale che si fonda su filiere non delocalizzabili, certificazioni di qualità e regole condivise. Quando si parla di formaggi italiani e piemontesi, si parla di un’identità profonda di alcune tra le produzioni agroalimentari più conosciute al mondo.

C. S.