(Adnkronos) - “In realtà ci sono tre forme fondamentali in cui un premio del genere può andare: il romanzo, che ha una sua lunghezza, il racconto o quel tipo di saggio che può essere letto come un romanzo. Diciamo che è più la qualità della prosa che un genere particolare”. Così Emanuele Trevi, scrittore e giurato del Premio Malaparte, spiega i criteri che hanno guidato la scelta della vincitrice 2026, l’argentina Samanta Schweblin.
“Nel caso di Samanta Schweblin bisogna dire che, secondo me, ha un grande talento nel capire quanto deve essere lunga la storia che ha in mente. E in questo io la darei proprio come libro di testo”, sottolinea Trevi, ricordando la sua esperienza nelle scuole di scrittura: “Spesso vedo che questa è la difficoltà delle persone giovani: bisogna sviluppare un’idea abbastanza precisa, non precisa al numero di pagine o di righe, però approssimativamente precisa, di quanto un’idea regge lo sviluppo. È un’autrice che ha una fantasia straordinaria”, aggiunge Trevi, spiegando che l’immaginazione di Schweblin non riguarda soltanto gli aspetti fantastici della sua opera: “Anche quando descrive situazioni reali, possibili, a un certo punto slitta in qualcosa che invece sembra la realtà e invece è un sogno”.
Quanto alla coincidenza che per il secondo anno consecutivo il Malaparte premi un autore di lingua spagnola, dopo Fernando Aramburu nel 2025, Trevi chiarisce: “È tutto casuale. Quello che veramente ci importa è consacrare qualche maestro oppure premiare persone che sono già dei maestri contemporanei, perché il Premio Malaparte fin dalle sue origini è stato dedicato alla Serie A, come il Pallone d’Oro, però con margini di sviluppo ancora molto grossi, sia di miglioramento che di approfondimento”. E sull’inquietudine che attraversa l’opera della premiata, Trevi osserva: “Ci sono due forme di inquietudine in letteratura. Una è quella del particolare carattere di sensibilità, di recettività al mondo che è problematico, e questo è il caso sicuramente di Samanta Schweblin”. Una sensibilità che, secondo Trevi, si misura anche con le paure dell’infanzia, quando “le cose ci fanno paura, non le capiamo”. Poi c’è un’inquietudine collettiva, legata alla situazione del mondo: “Noi siamo stati forse un po’ più fortunati: siamo cresciuti in un mondo che non era facile, però ci sembrava più facile e meno apocalittico di quello di oggi”.





