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Ultim'ora | 12 agosto 2026, 16:21

Guidesi: "Lombardia è prima regione manifatturiera d’Europa. Ma Ue deve cambiare passo"

Guidesi: "Lombardia è prima regione manifatturiera d’Europa. Ma Ue deve cambiare passo"

(Adnkronos) - La Lombardia non è soltanto il 'motore industriale' d’Italia: "I dati dicono che oggi è la prima regione manifatturiera d’Europa". Ma per mantenere questo primato servono innovazione, meno burocrazia e soprattutto una politica industriale europea capace di confrontarsi con Stati Uniti e Cina. È il quadro tracciato da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, che in un'intervista all'AdnKronos guarda con preoccupazione ai costi energetici, all’incertezza geopolitica e a una regolamentazione europea che, a suo giudizio, rischia di frenare la competitività delle imprese. Guidesi insiste sulla necessità di costruire alleanze con le altre grandi regioni industriali europee, dalla Baviera al Baden-Württemberg fino alla Catalogna, e rilancia il tema del decentramento come battaglia identitaria e politica della Lega. "Il vero avversario continua a essere il centralismo", dice.  

Assessore, la Lombardia viene spesso definita il motore industriale italiano. Ma oggi può essere considerata anche una delle grandi regioni manifatturiere d’Europa?

 

"Questo lo dicono i dati. La Lombardia oggi è la prima regione manifatturiera d’Europa. Il tentativo che stiamo facendo è quello di continuare a esserlo. Ci sono cose che dipendono da noi, anche nei cambiamenti che stiamo attuando. Le zone di innovazione e sviluppo sono uno strumento di pianificazione attraverso il quale la Regione sta indirizzando un percorso di medio-lungo termine, nel tentativo di consolidare i primati dal punto di vista industriale che abbiamo, spingendo però sull’innovazione. Parliamo di settori che si innovano e si rinnovano grazie al contesto, all’ecosistema in cui operano: la ricerca, il trasferimento tecnologico, le università, i centri di formazione, il credito e tutto ciò che viene messo a disposizione delle aziende. La Lombardia è una regione a livello europeo che, purtroppo, da una Commissione europea all’altra non ha ancora visto cambiare questo approccio. Noi abbiamo invece bisogno che, nella piena neutralità tecnologica, si consenta alle aziende di raggiungere gli obiettivi ambientali continuando però a essere competitive". 

In questo quadro state cercando anche alleanze con altre grandi regioni industriali europee?

 

"Il nostro obiettivo è fare squadra con chi, come noi, rappresenta una grande influenza positiva rispetto al prodotto interno lordo europeo: la Catalogna, la Baviera, il Baden-Württemberg e altri territori che, come noi, sono produttivi. Insieme a loro stiamo cercando di fare un’azione di lobby istituzionale, che poi diventa anche lobby economica, insieme alle associazioni di categoria. La chimica è un esempio del lavoro che stiamo facendo insieme, ma anche il settore dei semiconduttori. Il Chips Act 2, che è il nuovo strumento per quanto riguarda i semiconduttori, per la prima volta ha come aree di riferimento anche quelle regionali. Per questo stiamo cercando di influenzare i cambiamenti a livello regolatorio europeo, affinché consentano ai nostri territori di continuare a crescere, di contribuire positivamente al prodotto interno lordo e all’economia europea, ma anche di poter continuare a fare industria". 

L’industria europea si trova stretta tra la concorrenza americana e quella cinese, oltre ai costi energetici. Qual è oggi il principale rischio per il sistema produttivo lombardo?

 

"Il rischio per noi è che l’Europa sia ferma e non reagisca a questa situazione. Anziché intervenire attraverso una regolamentazione ideologica, deve consentire alle imprese di competere con i propri competitor. Questo è successo nell’automotive e i risultati oggi sono evidenti: si contano già i posti di lavoro persi. Sono molto convinto che il mercato di riferimento a livello globale per le nostre aziende sia quello atlantico. È un contesto in cui Stati Uniti, Americhe ed Europa giocano la partita all’interno di un mercato regolamentato, nel quale si può concorrere al proprio interno e ci si può complementare. Questo non dipende solo dall’Europa, dipende anche dagli Stati Uniti. Ma adesso l’Europa è da troppo tempo ferma da questo punto di vista: ha bisogno di cambiare, di snellire le proprie procedure e di deregolamentare, perché quello che è stato creato dal punto di vista regolatorio non è solo ideologico ma spesso diventa anche limitante nei confronti dell’innovazione tecnologica e quindi della competizione". 

Per una regione fortemente esportatrice come la Lombardia, quanto possono pesare guerre, tensioni commerciali e dazi? E quali comparti rischiano maggiormente?

 

"Pesano tanto. Evidentemente, ciò che succede a chi, come noi, ha un protagonismo internazionale e ciò che accade a livello geopolitico influenza comunque la nostra attività. Oggi il limite più grande rispetto alla situazione internazionale è sicuramente l’incapacità di poter programmare le produzioni. È un peso fortissimo, perché dentro questa incapacità c’è tutta la difficoltà di competere e di essere strategici dal punto di vista dei mercati globali. Per noi programmare è estremamente importante. Fino ad ora abbiamo risposto in maniera molto flessibile: le aziende lombarde hanno dimostrato di avere una grandissima capacità di adattamento e di rispondere al meglio a ogni singola congiuntura. Ci hanno insegnato che a livello internazionale le congiunture possono essere anche positive e speriamo che questo succeda, perché finora abbiamo visto soprattutto quelle negative". 

Veniamo alla politica. La Lega in Lombardia ha storicamente costruito il proprio consenso sul rapporto con imprese, autonomi e territori. Oggi qual è il ruolo della Lega in Lombardia? È ancora il principale punto di riferimento politico per il mondo produttivo del Nord?

 

"Bisognerebbe chiederlo al mondo produttivo. Credo però che la Lega debba fare quello che è capace di fare, quello per cui è nata: essere e rappresentare, anche a livello sindacale, un territorio, le esigenze del territorio e gli interessi del territorio. Questo è il nostro know-how, che esprimiamo anche attraverso gli amministratori locali, i governatori, i sindaci, tutta la rete di cui disponiamo. Sono estremamente convinto che su questo bisogna riprendere e investire, invertendo un po’ la rotta degli ultimi tempi". 

Qual è la domanda che arriva dal mondo produttivo e che magari si fa più fatica ad ascoltare?

 

"Sicuramente quella dei costi energetici. Non è possibile competere in questa situazione. Io credo che non si faccia fatica ad ascoltare questa domanda: si fa fatica, purtroppo, ad avere risposte, perché la Regione ha competenze molto limitate su questo. Credo che una delle esigenze prioritarie da questo punto di vista sia quella della trasparenza nel calcolo dei costi energetici. È ancora troppo difficile e poco trasparente capire come viene calcolato il costo dell’energia. Di certo noi non possiamo permetterci in futuro di non essere autonomi dal punto di vista energetico. La situazione geopolitica internazionale ce l’ha fatto capire negli ultimi tempi. Per questo è importante l’apertura a tutte le fonti energetiche, comprese quelle del nucleare e le nuove soluzioni tecnologiche legate al nucleare. Sto parlando dei microreattori". 

Cosa dovrebbe chiedere concretamente la Lega al governo nella prossima legge di bilancio per sostenere il sistema produttivo settentrionale?

 

"Semplificazione, innanzitutto, perché gli spazi di bilancio sono limitati e lo sappiamo. Credo che ci sia un’esigenza di semplificazione rispetto al tema delle aziende. Troppe aziende devono ancora affrontare procedimenti autorizzatori che dipendono dal livello centrale. Da questo punto di vista, più si decentralizza, più si aiutano le imprese, anche in termini di tempistiche autorizzatorie. Il secondo elemento è aiutare coloro che continuano a investire all’interno della propria azienda, a investire nella propria comunità, a creare posti di lavoro e opportunità per le persone. A me non dispiacerebbe una sorta di Tremonti per le aree da reindustrializzare, quindi un incentivo forte per le aree da reindustrializzare. E parlo anche di piccole aree, non soltanto di aree di grandi dimensioni. Mi piacerebbe vedere anche un sostegno più diretto al piccolo commercio, perché non è soltanto un presidio dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista sociale e culturale. Da questo dipendono anche la tenuta dei territori e il rischio di spopolamento in alcune aree. Dal punto di vista delle imprese, della semplificazione e dell’aiuto fiscale, c’è sicuramente bisogno di intervenire. C’è bisogno di dare un segnale, soprattutto per le aziende del Nord, dove il costo per produrre e il costo della vita sono molto più elevati rispetto ad altri territori". 

Qual è la battaglia che il partito dovrebbe assolutamente intestarsi?

 

"La battaglia è quella del federalismo, del decentramento. Penso che il vero avversario continui a essere il centralismo. Il centralismo è nemico dello sviluppo, è nemico della crescita economica, è nemico di tutta la capacità di innovazione, non solo dal punto di vista economico ma anche tecnologico, sotto ogni aspetto. Il centralismo è un freno e per questo bisogna assolutamente tornare a dare priorità e, dal mio punto di vista, forse anche unicità al tema del decentramento e del territorio. C’è bisogno di questo. Purtroppo c’era bisogno anche in questo governo di una maggiore azione da questo punto di vista. Faccio l’esempio delle province: le province sono state declassate a enti di secondo livello. Attraverso questa soluzione non si è né risparmiato né, soprattutto, si sono mantenuti tanti servizi ai cittadini. La qualità della vita dei cittadini è assolutamente diminuita. Un’azione di un partito territoriale come il nostro deve prevedere il ripristino di quegli enti, perché ripristinare quegli enti vuol dire ripristinare anche l’identità territoriale, le proprie competenze, ma anche la capacità progettuale e di espressione di ogni singolo territorio". 

Un’ultima cosa: come giudica lo stato di salute della Lega e qual è oggi la sua principale difficoltà?

 

“Io credo che la situazione sia più grave rispetto a ciò che leggo sui giornali, io credo sia a rischio la sopravvivenza della Lega e mi baso non solo sui sondaggi ma anche sui dati del tesseramento e della presenza a eventi e assemblee. Nascondere questo vuol dire dare priorità alla composizione delle liste elettorali e non al futuro della nostra comunità politica. Mi pare evidente ci si debba chiarire su tante cose: dalla linea sull'economia a quella sull'Europa, ai temi etici, al federalismo, al regionalismo, al sindacalismo territoriale, al liberalismo, alle competenze rispetto alle preferenze, compatibilità tra ruolo di partito e ruolo di governo e su tutte alla convivenza all interno del partito tra rappresentanti del Nord e del Sud. Non si può dire 'abbiamo fatto un congresso' e fingere che tutto vada bene. Allora io credo che la cosa migliore sarebbe fermarsi, confrontarsi, capire quale possa essere la soluzione con la disponibilità di tutti all’azzeramento dei ruoli interni al partito partendo dall’alto sino alla sezione più piccola. Se vogliamo salvare la Lega dobbiamo fare questo. Io posso permettermi di dirlo perché per alcuni sono parte dell’ondata salviniana, invece per gli ultras salviniani sono un nordico nostalgico. La verità è che la Lega è casa mia ed io il passo indietro l'ho già fatto quando mi sono dimesso dal Parlamento per aiutare la Lega e la Regione come era giusto fosse. Azzeramento di tutte le cariche, revisione di statuto e regolamenti e assemblea programmatica per poi ripartire. Se vogliamo salvare la Lega tutti dobbiamo essere disponibili a questo superando i personalismi. Se invece c'è qualcuno che tiene solo al proprio sedere beh sappia che avanti a far finta di nulla tra un po’ sedie dove sedersi non ce ne saranno più”. 

 

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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